PREMESSA

Fin dall’inizio della mia esperienza di iconografo ho sempre cercato di superare il linguaggio dell’iconografia orientale classica per aprirlo anche a elementi artistici più occidentali. Ancorarsi saldamente ad una Tradizione iconografica, che peraltro non è solo patrimonio orientale ma anche occidentale (basti pensare alle pitture medievali di Cimabue, Duccio, Giotto), non significa però rinchiudersi in un recinto stretto di ricerca artistica. Anzi, proprio a partire da quella ricchezza possiamo ancora proporre icone ( parola che poi significa semplicemente “immagini”) che possano parlare ai fedeli di oggi. E’ l’esperienza dell’iconografia cosiddetta “italiana” che ha uno dei suoi centri maggiori nel monastero ecumenico di Bose, ma anche del progetto iconografico del centro Aletti, di Roma. Proprio a Bose, monastero in provincia di Biella, dagli anni ’60 si cominciano a dipingere icone. Il priore Enzo Bianchi, noto scrittore spirituale, descrive così questa esperienza in un’intervista a Famiglia Cristiana: “L’icona da noi in Occidente ha preso il posto delle immaginette devote e un po’ kitsch, espressioni di un romanticismo che non corrispondeva più allo spessore della fede e alla preghiera autentica della Chiesa postconciliare…D’altronde la pittura moderna, con qualche eccezione, non si è rivelata adatta a riempire lo spazio liturgico, a essere d’aiuto alla preghiera. Per questo qui a Bose stiamo provando a sviluppare uno stile che chiamiamo italico, più vicino alla nostra tradizione.”

L’icona è densa di significati, biblici, patristici, dogmatici, tutti da scoprire attraverso un’attenta lettura dell’opera. Significati a prima vista nascosti che vengono pian piano illuminati dall’osservazione e dalla preghiera davanti all’icona. Infatti l’icona, una volta dipinta e consegnata alla venerazione dei fedeli di una comunità non è firmata dall’autore perché è ancora un’opera incompleta. Essa attende di essere accolta dagli oranti. Sarà la preghiera dei cristiani a “completarla”.

LA GENESI DELL’OPERA

Ogni opera, che sia artistica, architettonica, letteraria, cinematografica ecc…nasce sempre da un desiderio. E’ spesso il desiderio di arricchire, di abbellire un ambiente, di trasmettere un contenuto particolare, o semplicemente per il gusto di creare.
In questo lavoro troviamo un po’ tutti questi desideri. Lo scorso inverno, infatti, il preside Don Guglielmo Borghetti, conoscendo questa mia attività (ma prima di essere un’attività è una passione) mi ha proposto di realizzare un icona per lo studio teologico. E subito ha pensato a questo episodio della vita di Francesco d’Assisi. Il suo desiderio, era quello di legare insieme due aspetti dello STI: il fatto di essere stato convento francescano, ancora oggi la via dell’istituto è intitolata a S.Francesco, e attualmente di essere un luogo di studio della teologia.
L’evento che poteva tenere insieme queste due realtà è stato intravisto nell’episodio che narra di una lettera scritta da Francesco e indirizzata al fratello Antonio. Poche righe nelle quali il poverello di Assisi dava al frate portoghese la possibilità di insegnare teologia.
Non conoscevo affatto quell’episodio, anzi, sapevo che spesso nella storia della Chiesa c’era stato il tentativo di opporre quasi le due nuove esperienze riformatrici della chiesa medioevale: quella domenicana, più legata allo studio, e quella francescana, maggiormente legata alla fraternità e al servizio. E’ noto il riferimento di Francesco al Vangelo “sine glossa”. E’ vero però che poi, in seno al francescanesimo, nascerà una scuola teologica importante.
Allora, ho cominciato a documentarmi, soprattutto sulla vita e sul profilo spirituale di Antonio di Padova. Antonio, un santo notissimo eppure poco conosciuto. Infatti, anche molti tra i suoi infiniti devoti che cosa sanno veramente della sua vita, della sua personalità, del ruolo da lui avuto nella storia della Chiesa e del movimento francescano? Meno ancora conosciamo il suo pensiero, certo di notevole portata se il santo Taumaturgo (i racconti dei miracoli infatti non mancano mai, ma dovremmo rintracciarne l’attendibilità storica) è stato proclamato Dottore della Chiesa.
Le mie fonti sono state molto semplici, come semplice il materiale che costituisce un’icona: il testo dell’epistola ad Antonio, un commento di questa ed un libretto divulgativo e introduttivo alla vita e al pensiero del santo, scritto però da Vergilio Gamboso un minore conventuale tra i più brillanti studiosi di temi antoniani.

LA VITA DEL SANTO

Questa ricerca ha nutrito la mia mente di parole ma soprattutto di immagini. L’immagine di un’Italia medioevale, attraversata sempre da conflitti, epidemie, lotte per il potere, ma anche da questa ventata di novità portata dal movimento francescano, la povertà, la fraternità, la letizia, e poi dalla lotta alle eresie (Catari e Albigesi) che lo stesso Antonio si troverà a fronteggiare, perchè chiamato a predicare tra il 1223 e il 1229 in Romagna e in Provenza, nel sud della Francia.
Per Antonio, quella al francescanesimo fu una “chiamata nella chiamata”, essendo già un religioso a Lisbona, nella comunità dei Canonici regolari di Sant’Agostino. Egli aveva accostato i primi francescani venuti da Assisi rimanendone profondamente e lietamente impressionato. Proprio il martirio di questi, in Marocco sarà la molla che lo aiuterà a decidersi verso la particolare sequela di Francesco.
Cito solo un episodio, che ci introdurrà alla lettura dell’icona. Nel 1223, assieme ai confratelli scese a Forlì per una ordinazione sacra. Nella imminenza del sacro rito, era costume che agli ordinandi si tenesse una breve conferenza spirituale (collatio). Ma nessuno dei sacerdoti presenti era preparato; tutti quindi declinarono all’unanimità l’invito a prender la parola. Il superiore francescano si volse allora a Frate Antonio, ordinando di fare lui il “fervorino” come voleva la prassi. Egli improvvisò un discorso, in cui spiccavano una eccezionale conoscenza della Sacra Scrittura, il suo ardore di credente e di meditativo e un’ammirabile capacità espressiva. Da quel giorno la sua vita fu tracciata. Fu destinato alla predicazione itinerante. Alla fitta predicazione popolare alternava le conferenze al clero, le confessioni, le lezioni di teologia ai confratelli che si avviavano al sacerdozio e all’attività pastorale o volevano in certo modo essere “riciclati” apostolicamente. Egli fu il primo, dei lectores (professori) di scienza sacra nella famiglia francescana.
Eccoci al punto: è proprio per questa capacità, per questo carisma che i frati propongono a Francesco di indirizzare questo giovane allo studio e all’insegnamento della teologia.
Questo il testo della breve lettera – praticamente una sorta di patentino – con la quale il fondatore autorizzava l’apertura di studi di teologia fra i suoi frati: Fratri Antonio episcopo meo frater franciscus salutem. Placet mihi quod sacram theologiam legas fratribus, dummodo inter huius studium orationis et devotionis spiritum non extinguas, sicut in regola continetur. Al fratello Antonio, mio vescovo, il fratello Francesco augura salute. Approvo che tu insegni sacra teologia ai fratelli, purchè in questo studio tu non spenga lo spirito di orazione e di devozione, come è stabilito nella regola.
Il fondatore teneva così a battesimo l’iniziativa mettendo però le mani avanti: l’insegnante, gratificato col sintomatico appellativo “mio vescovo” non doveva spegnere lo spirito di orazione e di devozione, instillando nei discepoli, un orgoglioso arido intellettualismo. Ma rimanere invece in umile adorazione di fronte al mistero.

ASPETTO ICONOGRAFICO

LA STRUTTURA E LA COMPOSIZIONE

L’icona misura 100cm di base x 150 cm di altezza, ed ha la forma di un quadrato su cui è appoggiato un semicerchio con un raggio di 50 cm. Il lato superiore è circolare per richiamare la forma della parete ad arco nel quale verrà inserita. Si notano chiaramente due parti. Quella in basso e a sinistra (dell’osservatore) dove riconosciamo Francesco che detta la lettera per Antonio ad un altro frate seduto più in basso ai suoi piedi. Poi una seconda parte in alto e a destra dove riconosciamo Antonio e altre scene della sua vita. In basso l’immagine dell’ attuale STI, e al centro dell’icona (si potrebbero infatti tracciare le diagonali del rettangolo nel quale è inscritta la forma) la parte centrale dell’epistola. Inoltre la cornice non racchiude tutta l’immagine. La zona in alto a sinistra dove troviamo tutto l’oro è la zona “dell’intervento divino” che entra nel racconto ispirandolo. L’oro indica sempre il divino. Troviamo già un segno che indica non completa simmetria, non completa corrispondenza delle parti, che dice novità, diversità… Infatti non è forse l’intervento di Dio che rende la vita di questi santi, e la nostra vita, nuova, diversa, asimmetrica? Che rompe cioè il rigido schema del progetto di vita che ci siamo fatti (o altri ci hanno fatto) per aprirlo alla realtà sempre nuova e sorprendente del Regno di Dio.

S.FRANCESCO

La prima scena, con la quale vogliamo cominciare la lettura dell’icona è quella nella quale ritroviamo Francesco e l’altro frate seduti sulla montagna, intenti a scrivere la lettera. Vestiti con il classico saio color marrone, così come la tradizione iconografica occidentale ci ha tramandato l’abito francescano. Nel comporre questa immagine mi sono ispirato in particolare a due raffigurazioni: la prima (per il modello di Francesco) dell’Evangelista che scrive il testo sacro, la seconda sempre di un’evangelista, ed in particolare Giovanni che detta il testo a Procoro. Francesco ha le stigmate (anche se non sappiamo se la lettera è antecedente o posteriore al dono delle stigmate). E’ importante perché ci dice la fonte della spiritualità francescana: la contemplazione della passione e della misericordia di Cristo crocifisso. L’altro frate ha cominciato a scrivere l’inizio della lettera: Fratri Antonio, episcopo meo, frater Franciscus salutem. Non è solo per una volontà di rappresentazione realistica che ho riportato anche l’inizio dell’epistola: è importante infatti scrivere i nomi dei santi che vengono rappresentati. Le icone riportano sempre il nome di Cristo, o della madre di Dio, o del santo, perché la sua iscrizione investe l’icona di una presenza. Qui sono riportati insieme i nomi di entrambi. Anzi il realismo non è certo il primo scopo dell’icona. Ad esempio le montagne, che indicano un luogo privilegiato dell’incontro con Dio sono rosa e verdi. Rosa e verde pastello non sono certo il colore naturale dei monti. Ma l’icona ci vuol richiamare ad andare al di là dello stretto reale. L’assenza di realismo presente in quest’arte sottolinea il processo di spiritualizzazione in atto. L’icona infatti è teofanica, segno visibile della presenza invisibile.

S.ANTONIO

L’immagine di Antonio con Gesù bambino in mano domina quasi interamente l’atra parte del pannello. Per questa immagine e modello iconografico sono debitore al mio maestro Andrea Trebbi. Il colore della veste di Antonio è di un grigio – blu molto scuro. L’ho voluto distinguere nettamente dal colore di Francesco per facilitare la lettura dell’icone (soprattutto per le scene superiori). Molte immagini nell’arco della storia dell’arte lo raffigurano con il saio marrone uguale a Francesco mentre altre adottano quest’altra tonalità, sicuramente più vicina alla famiglia dei minori conventuali, custodi del santuario di Padova. Dal fondo scuro della veste si animano le pieghe, pian piano sempre più chiare fino alla luci finali di colore bianco. Nella pittura dell’icona si parte sempre dal colore scuro per poi andare al chiaro fino al bianco. E’ infatti un percorso di illuminazione spirituale, di ordinazione della materia caotica e buia. Antonio tiene in braccio il bambino Gesù, come ce lo mostra l’iconografia classica. Egli è infatti il Doctor Evangelicus, il predicatore della Parola di Dio, è Cristo-foro, portatore di Cristo. Lo presenta a noi. Ai lati e all’interno dell’aureola di Cristo c’è scritto il suo nome. E’ vestito in modo regale, in rosso con le pieghe dorate e tiene in mano il libro e il giglio, simbolo di purezza. Ma sicuramente ciò che attira la nostra attenzione è il volto di Antonio. Il volto dell’icona, così come la tradizione iconografica greco - bizantina ce l’ ha trasmessa è un volto particolare…intanto il volto è il centro del corpo. Lo scopo del volto dell’icona non è quello di mettere in evidenza una bellezza naturale, come fa l’arte in genere, ma di incarnare una presenza spirituale, di sottolineare e di ricordare la spiritualità di quel santo o di quel personaggio della Scrittura. Osserviamo:

  • OCCHI: grandi e animati testimoniano la Scrittura: “Sono fissi i miei occhi sul Signore” (Sal 25,15) “perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc.2,30) Si sono aperti al sublime e alla visione delle opere del Creatore.
  • FRONTE: convessa e molto alta accoglie la forza e la sapienza dello Spirito.
  • NASO: lungo e fine sottolinea la nobiltà
  • BOCCA: parte sensuale per eccellenza, è sempre molto fine e presenta un disegno fortemente geometrico che le toglie ogni sensualità. Essa rimane chiusa perché la contemplazione esige il silenzio.
  • ORECCHIE: sviluppate per ascoltare i comandamenti del Signore, si sono interiorizzate e non colgono più i rumori del mondo.

LO STUDIO

Ai piedi di Antonio troviamo di nuovo il santo attorno ad un tavolo mentre sta insegnando teologia ai fratelli, un’ultima scena che ci introduce al termine con l’immagine del chiostro dello S.T.I., con il campanile, il pozzo, il giardino, gli archi e le colline versiliesi sullo sfondo. L’esperienza di studio e di insegnamento di Antonio e di molti altri teologi del passato è ora l’esperienza vissuta in questo luogo.

La collocazione

L’icona si trova alla parete di uno dei corridoi dell’istituto. Vicino alla bacheca, alla macchinetta del caffè, ai servizi, in un luogo di passaggio e di dialogo fra gli studenti. Non è quindi destinata direttamente ad un utilizzo propriamente liturgico. E’ un’icona che potremmo definire in un certo senso “domestica”, come ce ne sono nelle case d’Oriente. In queste infatti c’è sempre un angolo bello da cui, attraverso l’icona, lo sguardo di Dio veglia sulla famiglia e su ciò che accade nella casa. E’ questo uno dei significati dell’icona. Non siamo noi a guardare l’icona, ma è l’icona a guardare noi e ad aprirci alla realtà del mondo di Dio.

Conclusione orante

(tratta da una preghiera scritta da S. Antonio per la fine dell’opera di composizione dei Vangeli per l’anno liturgico)

“A te, Gesù Cristo, Figlio di Dio Padre,
a te che operi ogni nostro bene,
sia ogni lode, ogni gloria, ogni onore e reverenza,
a te che sei l’Alfa e l’Omega, Principio e Fine,
a te che con la benignità della tua misericordia,
con l’infusione della tua pietà,
hai concesso a me indegno di giungere
alla tanto sospirata fine di quest’opera.
E ora, fratelli carissimi, supplice prego e pregando supplico
che, se troverete in quest’opera
qualcosa di edificante, consolatorio,
detto convenientemente, composto ordinatamente,
riferiate ogni lode, ogni gloria, ogni onore
allo stesso beato e benedetto Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Invece se troverete alcunché di mal costruito,
insipido, detto meno bene, lo imputiate alla mia miseria,
alla mia cecità, alla mia insipienza.
Lode al Padre invisibile,
lode allo Spirito Santo,
lode al Figlio Gesù Cristo
Signore del cielo e della terra. Amen.”

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